VolereVolare settembre /ottobre 2015
Indovina chi viene a cena

BIANCO O NERO

Dopo due settimane ho chiamato a casa: mia moglie non ci credeva che ero vivo e che ero in Italia.

 

“Vengo dal Kosovo dove la guerra, quando avevo sedici anni, la facevanoai bambini, alle donne e ai vecchi. Sono ammalato del morbo di Crohn, ma l’anno scorso mi avevano diagnosticato un cancro. Bisognava aspettareun anno per avere la risposta degli esami, ma a quel punto potevo essere morto. Ho salutato mia moglie e mia figlia di due anni e sono partito verso Belgrado per trovare cure migliori. Il tassista mi ha detto che con altri 1500 euro mi avrebbe portato a Trieste dove gli ospedali erano ottimi. Era la prima volta che sentivo nominare questa città. Alla dottoressa che ho incontrato ho detto subito che ero un clandestino. Dopo aver fatto le analisi lei mi ha detto che avevo fatto bene a rivolgermi a quell’ospedale. In Kosovo mi avrebbero tagliato tutto e chissà se sarei sopravvissuto. Dopo due settimane ho chiamato a casa: mia moglie non ci credeva che ero vivo e che ero in Italia. Sono rientrato in Kosovo e dal marzo dell’anno scorso sono ritornato e ora ho il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Nel 1999 sono stato ferito in guerra, avevo sedici anni. Il soldato di un battaglione francese mi ha poi chiesto come facevo a vivere ancora vicino ai serbi, vicino a chi mi aveva ferito. Ma io penso che sia un problema politico. Non si può parlare di un intero popolo. Non è mai stata una questione religiosa. Il problema è il nazionalismo. Siamo indipendenti dal 2007. Viviamo una situazione delicata perché c’è tanta corruzione. Siamo piccoli e partiamo da zero. All’80 % siamo di etnia albanese, ma ci sono anche serbi, macedoni e gipsy. Quando era cominciata la guerra con la Serbia, insieme alla mia famiglia mi sono trasferito in un piccolo paese dove si erano rifugiate tantissime persone. Un giorno, mentre ero in montagna con il mio migliore amico, compagno di giochi fin dall’infanzia, siamo stati catturati dai militari. Ci hanno messo in colonna con circa altre cento persone e ci hanno portati in una cooperativa agricola dove ci hanno fatto dormire all’aperto e nel fango. Mi ricordo che al mattino i pantaloni erano gelati. Hanno separato gli uomini dalle donne e le hanno picchiate. Cercavano militari, quelli che loro chiamavano terroristi. Ci hanno divisi in tre gruppi dicendo di tornare alle nostre case per la via principale. Dopo due chilometri di marcia siamo stati fermati da un altro gruppo di militari. Nuovi controlli. “Chi vi ha detto di camminare per questa strada? “. E all’uomo che gli risponde spara un colpo e lo uccide. Uno di noi prova a scappare ma lo uccidono. Ci fanno sdraiare. Poi ci dicono di alzarci in piedi e di cantare per loro. Eravamo stanchi. Erano due giorni che non mangiavamo né dormivamo. Prendono in mano i coltelli e vengono verso di noi. All’improvviso si materializza una macchina bianca e dal finestrino un uomo urla di non ucciderci vicino alla strada principale perché poi la puzza sarebbe stata insopportabile. Ci portano allora giù verso un pascolo, ci fanno mettere in fila e cominciano a sparare. Mi feriscono a entrambe le mani. Poi urlano di distenderci a terra. Mettono lo scarpone sulla schiena di ognuno e a chi respira ancora tirano un colpo in testa. Io sono pieno di sangue sulla giacca, il cappuccio mi sovrasta il corpo e non so come riesco a trattenere il respiro e mi credono già morto. Unico sopravvissuto di trentadue persone. Quando sono sicuro che i soldati se ne sono andati mi alzo e mi nascondo. Ma devo andarmene in fretta perché se ritornano per seppellire i cadaveri si accorgono che ne manca uno. Cominciano tre giorni di vagabondaggio nei boschi. Sono debole ma devo muovermi di notte perché il buio mi protegge. È marzo e le strade sono piene di foglie secche che fanno rumore al mio passaggio. Vicino a un posto di blocco si accorgono che c’è qualcuno e cominciano a sparare ma non mi colpiscono. Mi sono perso. Sono zone che conosco poco anche se casa mia dista circa dieci chilometri. Sono debole. Comincio ad avere allucinazioni. Mi riposo un po’. Mi si avvicina un cane che vuole abbaiare ma riesco a farlo tacere. E da quel momento mi segue come a volermi proteggere. Raggiungo finalmente la casa dove avevo vissuto tanti anni prima. Lì vicino c’è un ruscello ma ho le mani ferite e non riesco a sdraiarmi per bere. Cammino ancora e incontro tre persone. Sono albanesi ma io parlo così male che loro non capiscono che sono di origine albanese anch’io. Chiedo acqua ma sono spaventati e non mi vogliono aiutare. Solo poche gocce. Finalmente raggiungo casa mia. Provo a bussare ma troppo debolmente e nessuno mi sente. Provo a battere con i piedi ma niente. Mi trova sulla soglia una donna che mi conosce e mi indica dove sono andati tutti quanti. Sono disperati perché da tre giorni non hanno mie notizie. Raggiungo finalmente la casa e trovo cinquanta persone che stanno dormendo dopo un’offensiva. Si alzano tutti all’improvviso, molti mi conoscono e chiamano mia madre. C’è anche la famiglia del mio migliore amico ucciso. Cerco di dire loro che non ho sue notizie, ma i miei occhi si riempiono di lacrime e la bugia non è credibile. Dico che sto piangendo per il dolore delle ferite alle mani, ma si mettono a piangere anche loro. Hanno capito. Provano a portarmi a un ospedale improvvisato in una casa, ma ci avvertono che in zona è pieno di militari. Torno a casa e mi cura una studentessa infermiera. Per me diventa tutto difficile. Tante persone hanno saputo che sono tornato e vengono a chiedermi se ho notizie dei loro cari. È terribile per me. Quando siamo tornati alla nostra vecchia casa abbiamo trovato tutto bruciato, Anche gli animali. Quelli rimasti vivi erano traumatizzati e se vedevano una tuta mimetica scappavano impazziti. Hanno tagliato una coscia a una mucca ancora viva. Mia mamma mi ha raccontato che un giorno ha visto un militare serbo che piangeva. E gli ha chiesto se non si rendeva conto che lui faceva piangere donne e bambini kosovari. “Piango perché anch’io a casa ho moglie e figli, ma se non vengo qui mi uccidono”. Noi oggi vediamo un kosovaro che cerca lavoro in Italia, ma questo uomo è stato un ragazzo nella guerra.

Testimonianza di S.

vol_ottobre2015-1

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